Grazie Golden State

E’ finita la stagione di Golden State al grido di War-riors, War-riors che intonavano i 19596 della Oracle Arena. Nonostante sia arrivata la sconfitta e la conseguente eliminazione dai playoff per opera di una squadra troppo esperta come gli Spurs, gli Warriors sono usciti tra gli applausi e i complimenti per una stagione ad alto livello che in pochi, anche tra gli addetti ai lavori, pronosticavano ad inizio anno, e arrivati alle sorprendentemente alle semifinali di conference.

Golden State Warriors e San Antonio Spurs per il Game 6

Golden State Warriors e San Antonio Spurs per il Game 6

“Abbiamo i migliori tifosi in giro”, ha detto Mark Jackson, “E’ stato un momento incredibile rendersi conto di quello che hanno vissuto negli ultimi sette mesi ed anche per i miei ragazzi essere consapevoli che non ci si merita un pubblico così per diritto acquisito. E’ stata una grande cavalcata. Questo è un gruppo che lotterà sempre quando il serbatoio è in riserva e la spia arancione lampeggia. Credo fermamente che questo è quello che è successo quest’anno. I ragazzi hanno battagliato, mi hanno dato tutto ciò che avevano”. Un bel successo rispetto allo scorso anno quando sempre Mark Jackson aveva detto che erano una squadra da playoff e sappiamo come era finita la stagione. Quest’anno, invece, senza grandi proclami all’inizio, è stata una stagione memorabile se pensiamo che gli Warriors hanno raggiunto la post season per la prima volta dopo sei anni e la seconda volta dal 1994. La squadra è stata ricostruita attorno ai punti fermi Curry, Lee e Thompson. Il GM Bob Myers ha usato la settima scelta per Harrison Barnes che questa settimana è stato nominato per il team dei rookie 2012-13. Sono state fatte anche importanti mosse nel mercato con Jarret Jack, Carl Landry e il recupero di Bogut. Relativamente sconosciuti all’inizio di questi playoff, anzi abbastanza trascurati dai media per tutto l’anno, gli Warriors sono prepotentemente saliti alla ribalta, specialmente con Curry (strepitoso nei playoff).

Curry e Lee

Curry e Lee

Con la crescita di Thompson e Barnes, con le occasionali ma importanti presenze di Bogut, sono stati la sorpresa della prima parte della stagione culminata con la convocazione all’All Star di David Lee. Si è creduto che potesse continuare il sogno fino a 4:28 dalla fine della partita quando si è arrivati al meno due sul 77-75, ma evidentemente è finita la benzina, oppure questi Spurs sono ancora più forti. Nonostante questo gli Warriors possono essere orgogliosi di quanto fatto, e così lo siamo noi tifosi, perchè, parafrasando Mark Jackson “E’ stimolante pensare a ciò che siamo stati in grado di realizzare quest’anno e alle fondamenta che abbiamo posto per il futuro”.

Curry e Parker: passaggio di consegne?

Curry e Parker: passaggio di consegne?



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Il sesto uomo è la Oracle Arena

Quando aggiungi ad uno dei giocatori più in forma del momento (Stephen Curry) l’arena più rumorosa di tutta la nba (Oracle Arena), allora sono guai per le squadre che arrivano a Oakland. Se ne sono accorti anche i giocatori di Denver che partivano favoriti nell’abbinamento del primo turno di playoff. L’Oracle Arena è sempre stata considerata come uno dei pubblici più appassionati di tutta la lega, nonostante i risultati non proprio esaltanti dei Warriors negli ultimi anni. Lo scorso anno con una stagione ridotta c’è stata una media di 18857 spettatori con 15 tutto esaurito; quest’anno invece si è passati ad una media di 19374 spettatori in 41 gare (al quarto posto totale dopo Bulls, Mavericks e Heat) che rappresenta il secondo dato nella storia della franchigia dopo la stagione 2007-08 con 19631 spettatori; ci sono stati inoltre 34 tutto esaurito con una striscia consecutiva di 32 tutto esaurito. Ovviamente anche le tre gare interne di playoff hanno registrato il tutto esaurito e l’apporto del pubblico vestito in giallo è stato enorme con un coinvolgimento tale che a volte i giocatori in campo facevano fatica a sentire i fischi degli arbitri, ma tutto senza mai eccedere in eccessi o disordini, come è tipico della cultura sportiva americana; un vero e proprio spettacolo nello spettacolo. Pubblico sesto uomo? I giocatori sicuramente lo sentono … e gli avversari pure. Il rischio corso nell’ultima partita, quando i Warriors hanno rischiato di buttare via un vantaggio di 18 punti, è stato enorme e in questo caso giocare in una bolgia che ti incita a più non posso certamente ha avuto tutto il suo vantaggio.

il sesto uomo

il sesto uomo



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Warriors: un gruppo di fedeli

Era una domenica mattina in quel di Los Angeles, il giorno prima di una partita contro i Los Angeles Clippers, e Mark Jackson aveva lasciato libera la squadra, ma, invece di stare a dormire o incontrarsi con gli amici, quasi tutti i giocatori erano saliti sul bus della squadra diretti alla sala congressi di un hotel a Studio City, un quartiere residenziale di Los Angeles.
Mark Jackson, pastore della chiesa True Love Worship Center International, teneva un sermone su come far splendere la propria luce, mentre sua moglie, pastore anche lei, pregava per la caviglia di Stephen Curry. L’All-Star David Lee rinnovava il suo impegno a Dio e il rookie Draymond Green concludeva il servizio religioso con una preghiera.
Per i Warriors, ai loro primi playoff dopo sei anni, è stato un momento che ha consolidato il legame che li tiene uniti. Una delle loro forze è stata la chimica di squadra e una grossa fetta del merito va alla fede che c’è nello spogliatoio.
Molti giocatori della NBA si professano cristiani, ma i Warriors rappresentano uno delle squadre più devote. Gli spogliatoi della NBA vengono immaginati come popolati da uomini delle caverne, pieni di milionari immersi in vite lussuriose. Al confronto, i Warriors sono i ragazzi del coro.
“Questo è molto raro,” dice Jarrett Jack, che sta disputando la sua ottava stagione con la quinta squadra. “Specialmente nella NBA. Al college scegli la scuola e i tuoi compagni. Nella NBA, invece, sei catapultato in un team e devi cercare di adattarti.”
Un servizio religioso pre-partita, più o meno una lettura di un brano della Bibbia scarsamente frequentato per i giocatori di casa e gli ospiti, si tiene in ogni arena NBA. È diventato un impegno rituale per i giocatori di Golden State.
Dei 14 giocatori a roster, circa 10 sono frequentatori abituali, escludendo Mark Jackson. Quando giocano i Warriors e i Thunder, la cappellina normalmente si riempie. Talvolta in trasferta, l’affluenza numerosa dei Warriors rappresenta una benvenuta presenza per il capellano, abituato a sale vuote.
“E’ qualcosa che tutti noi abbiamo, un legame spirituale,” dice la star dei Thunder Kevin Durant. “Vedendo tutti quei ragazzi in cappella, puoi veramente dire che amano Gesù.”
Non sorprende che al centro di questo legame ci sia Jackson. Fin da quando è stato assunto da Golden State nel giugno del 2011, il loquace nativo di Brooklyn ed ex guardia NBA non ha nascosto la sua chiamata. Molte domeniche vola a casa per pregare con la sua congregazione, spesse volte nel post partita pronunica il nome di Dio e trasforma i discorsi a metà tempo in sermoni. E i Warriors li divorano.
“E’ incredibile quello che fa,” dice Lee.
In Novembre, Jackson ha invitato la star cristiana dell’ hip-hop Lecrae a parlare alla squadra e a dare a ciascun giocatore una copia di un suo cd vincitore di Grammy. Quando qualche giocatore ha una domanda riguardo a un versetto durante un volo, Jackson fornisce sempre una risposta. Quando gli esperti pronosticavano i Warriors fuori dai playoff, Jackson tirava fuori storie dalla Bibbia come motivazione.
“Eravamo abituati a sentire poche storie di Davide e Golia,” dice il rookie Harrison Barnes. “Una volta che abbiamo iniziato a vincere, se ne sono andate.”
Jackson crede che il suo approccio risuona anche con quei giocatori che non si professano cristiani.
Quando i Warriors hanno assunto Mark Jackson, hanno ottenuto più di un allenatore.
Dice di scegliere la Bibbia e i suoi insegnamenti perché crede che si applicano a tutti gli aspetti della vita, ed è riconoscente alla dirigenza di Golden State per supportarlo in questo.
“E’ ciò che sono,” dice Jackson. “Ho visto gente vincere, ho visto gente realizzarsi, ho visto gente riprendersi – tutto grazie alla Parola. L’ho sperimentato con potenza nella mia vita. Perchè non usarlo? Se posso usare le sette regole di John Wooden, perché non posso usare la parola di Cristo?”
Lee, per esempio, è cambiato con gli insegnamenti del coach.
“La fede è diventata una parte più grande nella mia vita,” dice Lee, che occasionalmente porta la sua fidanzata in chiesa insieme a Curry e a sua moglie. “Penso che ci metta le cose davanti con un’altra prospettiva. Ci sono alti e bassi durante la stagione e come riesci a gestirli è immenso.”
I giocatori diranno che la fede della squadra è parte del motivo per cui nessun Warrior è finito nei guai per arresti di guida ubriachi o per scandali sessuali. Non sentirai mai canzoni rap distruttive quando entri nello spogliatoio ed è raro sentire un linguaggio osceno. Nessuno è apparentemente scontento per i contratti e per il minutaggio in campo.
“La vita personale di molti giocatori, per la mia esperienza, ruotano attorno a un’unica cosa – la vita notturna,” dice Curry. “E’ bello avere altre cose di cui parlare oltre alle auto, alla ricchezza e alla fama. È un enorme gratifica e stimolo avere persone di grande responsabilità come compagni.”
Come si mostra tutto ciò a Oakland? I biglietti religiosi di Richard Jefferson attaccati all’armadietto. Il braccialetto di gomma con scritto “Gioco nel nome di Gesù” di Steph Curry. Il centro rookie Festus Ezeli che legge il libro del pastore Rick Warren prima della gara.
Quando hanno raggiunto i playoff, i Warriors hanno festeggiato con bottiglie di acqua.
“Possiamo avere una conversazione sulla vita personale, parlare di basket, di Dio, e nessuno si sente a disagio” dice Harrison Barnes.
Qualcuno può sorridere ai loro discorsi sulla Bibbia, o dire che a Dio non importa della pallacanestro. Ma non fa altro che alimentare il legame che è prosperato durante la stagione.
Quando molti dubitavano che fossero una squadra da playoff, quando hanno perso Brandon Rush e hanno giocato molti mesi senza Andrew Bogut, quando Curry si è fatto male nuovamente alla caviglia, quando ne hanno perso sei di fila e la gente li chiamava “i soliti vecchi Warriors” e ora che hanno perso Lee, si sono appoggiati alla fede.
E quando molti si aspettano che saranno spazzati via dai Nuggets, faranno lo stesso.
“Quando la gente dubita di te, quando gli infortuni e tutte queste cose,” dice Richard Jefferson, “che cosa fai se non hai qualche cosa su cui appoggiarti che non sia solo la pallacanestro? Devi avere fede. Devi avere fede in qualcosa di più grande di te in cui credere. … Noi ce l’abbiamo.”

Il reverendo Mark Jackson

Il reverendo Mark Jackson



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Ufficiale: i Warriors sono da playoff

playoff

playoff

La vittoria di ieri per 105 a 89 contro Minnesota e la contemporanea sconfitta di Utah contro OKC ha sancito il ritorno alla postseason per i Warriors dopo l’ultima apparizione 6 anni fa. Dopo aver sciupato il primo match point alla Oracle Arena domenica sera proprio contro i Jazz di fronte all’ennesimo tutto esaurito della stagione, Curry, Lee e tutti gli altri questa volta non si sono lasciati sfuggire l’occasione ma hanno lasciato Mark Jackson in lacrime a fine partita. “Sono un emotivo, una persona sensibile – ha affermato il coach al secondo anno sulla panchina – vivi abbastanza a lungo, impari ad apprezzare il processo, la lotta, la fatica e la realizzazione. Piango perché so che cosa ci hanno messo i miei ragazzi. So che cosa significa per tutti noi. Piango perché Dio mi ha benedetto ancora una volta. La gente dubitava di noi e doveva ma non sapeva della dedizione al lavoro, della determinazione, della voglia di questi ragazzi”. All’inizio della stagione Mark Jackson non si era sbilanciato come lo scorso anno in cui aveva esordito sulla panchina di Oakland dicendo “siamo una squadra da playoff”. Tutto il pubblico ha iniziato a urlare “Playoff, Playoff” a un minuto dalla fine per chiudere con una standing ovation finale. Questa è la sola seconda apparizione nella postseason dal 1994 e l’ultima dal 2007, la stagione del “We believe”. “Sappiamo che è solo un piccolo passo – ha detto Curry al termine – ma è un enorme successo per molti di noi.” “E’ un grandissimo successo, significa tutto. – dice Lee – Questo era il nostro obiettivo all’inizio della stagione e quello per cui siamo qui. Abbiamo avuto un incredibile vantaggio tutto l’anno in casa grazie al nostro pubblico. Siamo orgogliosi del nostro team, della nostra organizzazione e dei tifosi”. Per David Lee sarà la prima apparizione ai playoff e Curry la raggiunge al quarto anno. Dei sette top giocatori facenti parte delle rotazioni gli unici con esperienza nella post season sono Bogut (una volta nella stagione da rookie) Jarret Jack (una volta due anni fa con gli Hornets) e Carl Landry (tre viaggi). Adesso però ci si deve concentrare sul posizionamento finale con gli ultimi quattro incontri; se si mantiene la sesta posizione nei confronti di Houston, molto probabilmente potrebbero incontrare una Denver orfana del Gallo al primo turno, evitando le potenze dell’Ovest (Spurs e OKC). “L’ho detto ai ragazzi – Mark Jackson – non pensate di andare nello spogliatoio perché questa è solo una sosta non la nostra destinazione finale”

celebrate

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La stagione di Bogut inizia adesso?

Probabilmente bisognerà aspettare la prossima stagione per vedere Bogut completamente ristabilito, ma le ultime prestazioni del centro australiano fanno sperare i tifosi dei Warriors, soprattutto se stasera aiuterà in qualche modo la squadra a porre fine alla striscia di 28 sconfitte consecutive a San Antonio. Infatti bisogna vedere se continuerà a giocare come nelle ultime due partite (63 minuti totali con 20 punti, 21 rimbalzi e 7 blocchi in un back-to-back) e se riuscirà ad avere un impatto anche contro squadre con record migliori di Houston e New Orleans. Riesce a muoversi lateralmente come mai prima di adesso, ha una reattività forte e positiva, soprattutto quando deve contrastare i tiri a canestro, tiene la posizione bene nel piede operato; si butta a rimbalzo e sulle palle perse e più che le sue statistiche contano le sue interferenze al tiro e i contrasti sotto canestro, la sua presenza intimidatoria. In più quello che ha colpito nelle ultime due partite è la sua presenza nel gioco offensivo dove risulta chiaramente uno dei migliori passatori. Ma l’avversario di mercoledì, San Antonio, sarà certamente un test più significativo: infatti le squadre come San Antonio che fanno del gioco fisico una forza e dominano sotto canestro, sono una delle ragioni per cui la dirigenza dei Warriors ha deciso di puntare su Bogut. “Se gioca come le due ultime partite – dice il suo compagno Carl Landry – siamo proprio forti”. Speriamo di ripetere la partita dello scorso 22 febbraio alla Oracle Arena, quando i Warriors vinsero con gli Spurs per 107 a 101 all’overtime.

Andrew Bogut a New Orleans

Andrew Bogut a New Orleans



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DLee suona la carica?

Ultimamante, a partire dallo scorso 5 febbraio contro Houston, gli avversari stanno sommergendo i Warriors sotto una valanda di triple. L’ultima, in ordine di tempo, è stata Milwaukee che, prima della partita erano diciannoevesimi nella percentuale da tre, ne hanno infilati 13 su 28. Nelle prime 47 partite i Warriors erano addirittura terzi nei tiri da tre concessi; ma il 5 febbraio è iniziata una regressione a Houston dove i Rockets hanno giocato al tiro al bersaglio seppellendo Curry & c. sotto una valanga di 23 triple. Da allora nelle successive 17 partite i Warriors hanno concesso quasi il 40% da tre scendendo al ventiseiesimo posto nei tiri da tre concessi. E non solo sono aumentate le percentuali ma anche i tentativi da tre degli avversari. Ma come si è arrivati a questa situazione pesantissima, che, oltretutto, inizia a far aleggiare nella mente dei tifosi il rischio di saltare una post season che fino a qualche settimana fa sembrava in cassaforte? Vista la mancanza di difensori veri, a partire dall’infortunio di Brandon Rush a inizio campionato e la stagione fin’ora assenteista di Bogut, Golden State ha dovuto sviluppare un gioco basato su delle rotazioni tempestive, aiuti continui in difesa e corse sugli scarichi degli avversari. Ma evidentemente gli allenatori avversari hanno iniziato a prendere le contromisure; inoltre a questo punto della stagione una certa stanchezza inizia a frasi sentire soprattutto per giocatori come Stephen Curry, Klay Thompson, David Lee e Harrison Barnes che non hanno giocato mai tanto come nel campionato in corso. Inoltre quando iniziano a entrare i tiri da tre presi dagli scarichi, poi entrano tutti più facilmente. E stasera arriva a Oakland i Knicks un’altra squadra che vive di triple. David Lee, che non ha giocato contro i Bucks sabato sera, è ancora in dubbio ma lui stesso afferma che “se può camminare può anche giocare”. Infatti con una stagione come questa, dove quida la classifica delle doppie doppie, e per il fatto di non aver mai portato la sua squadra ai playoff, stringerà i denti. “Per me è una situazione dove non si hanno scuse. Volevo arrivare in questa situazione da molto tempo. Sono passato per molti anni dove queste partite contavano poco o niente. Ora è arrivato il momento delle partite che contano e voglio esserci”. Fin’ora è il nono giocatore della lega per minuti giocati ed è dodicesimo per punti e rimbalzi; guida la classifica delle ali forti con 22 partite con almeno 20 punti e 10 rimbalzi e 41 doppie doppie. Speriamo che la carica emotiva di David possa contagiare anche gli altri guerrieri

DLee suona la carica?

DLee suona la carica?



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Scoring 54 at the MSG

Mercoledì 27 febbraio Steph Curry è entrato nel club dei giocatori che hanno segnato oltre 50 punti in uno dei tempi della NBA. Peccato che non sia servito ad evitare la sconfitta al MSG di New York contro i Knicks; resta però una impresa che certamente rimarrà negli annali e che conferma una volta di più il livello che il nativo di Akron, Ohio (come il Presecelto) sta raggiungendo quest’anno.
Purtroppo i Warriors avevano a referto solo 10 giocatori, non potendo schierare David Lee squalificato per la rissa di Indiana. Così Curry si è caricato la squadra tirando con 18 su 28 e 11 su 13 da 3; ha guidato la squadra anche per assist (7), rimbalzi (6) e palle rubate(3), statistiche notevolissime. Curry è stato il primo giocatore a superare i 50 nella Mecca del basket americano dopo i 52 di Lebron James nel 2009 ed è uno dei 14 giocatori ad aver superato questa quota da quando il MSG è stato rinnovato. Ecco gli score più alti al Madison Square Garden rinnovato nel Febbraio 1968.

Giocatore, Data PTS FGM-A 3FGM-A FTM-A
Kobe Bryant, Feb. 2, 2009 61 19-31 3-6 20-20
Bernard King, Dic. 25, 1984 60 19-30 0-0 22-26
Michael Jordan, Marzo 28, 1995 55 21-37 3-4 10-11
Bernard King, Feb. 16, 1985 55 19-33 0-0 17-23
Stephen Curry, Feb. 27, 2013 54 18-28 11-13 7-7
LeBron James, Feb. 4, 2009 52 17-33 2-7 16-19
Jamal Crawford, Gen. 26, 2007 52 20-30 8-10 4-4
Bernard King, Nov. 24, 1984 52 19-31 0-0 14-17
Richard Hamilton, Dic. 27, 2006 51 19-37 1-1 12-12
Patrick Ewing, Marzo 24, 1990 51 20-29 0-0 11-13
LeBron James, Marzo 5, 2008 50 16-30 7-13 11-16
Allan Houston, Marzo 16, 2003 50 13-25 6-14 18-18
Patrick Ewing, Dic. 1, 1990 50 22-31 0-0 6-6
Michael Jordan, Nov. 1, 1986 50 15-31 0-0 20-22

Mr 54

Mr 54


Curry inoltre ha stabilito il record di tiri da 3 per i Warriors e i 54 rappresentano lo score personale dei Warriors più alto dal 1984, quando Purvis Short ne fece 59 contro New Jersey. “E’ un piacere vederlo giocare” ha detto alla fine della partita Mike Woodson, “è stato immenso” ha sottolineato Amar’e Stoudemire. Peccato però; vedremo al Boston Garden stasera che cosa succederà!



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I motivi per non preoccuparsi dei Warriors

La stagione dei Warriors stava andando a gonfie vele fino a prima della trasferta di quattro partite in cinque giorni con il record di 30-17 e la quinta posizione nella Western Conference ben salda. Poi sono arrivate le quattro sconfitte ( e con che scarti) in trasferta più quella casalinga del 12 febbraio contro Houston perdendo una posizione nella classifica (sono ora sesti) ma con Houston e Utah subito dietro. C’è ancora margine perchè la nona e la decima (Portland e Lakers) sono a 5 e mezzo e sei e sono queste due squadre a dover preoccupare più che Rockets e Jazz. Noi tifosi siamo un po’ preoccupati, temiamo il peggio, dopo questo brusco scivolone; c’è però motivo per non essere troppo pessimisti, anzi, in verità, ce n’è più di uno. Innanzitutto il calendario: infatti i Warriors hanno un calendario finale sulla carta agevole. Delle loro ultime 22 partite 16 si giocheranno a Oakland e in queste 16 partite alcuni degli avversari saranno: Toronto, Sacramento, Milwaukee, Detroit, Washington, Portland, New Orleans e Minnesota. I Warriors sono inoltre arrivati alla pausa dell’All Star Game stanchi, affaticati e lo si è visto da come hanno giocato nelle sconfitte: poca difesa e pochi tiri. David Lee, Stephen Curry e Klay Thompson hanno avuto un minutaggio alto durante la stagione. Una pausa di 6 giorni serve per ricaricarsi e non c’è motivo per non pensare di rivedere i Warriors di novembre e dicembre. L’impatto di Bogut fin’ora è stato più negativo che positivo; sembra aver sconvolto gli equilibri che si erano creati, ma il piano è di averlo in forma e pronto a giocare 30 minuti a sera per il finale di stagione. Sta recuperando la forma senza dimenticare che Bogut è il miglior giocatore dei Warriors difensivamente parlando. E a proposito di difesa solo ultimamente è stata deficitaria. I Warriors sono una squadra che ha difeso bene per buona parte dell’anno e può benissimo rifarlo ancora. Nelle stagioni passate non hanno mai fermato top team mentre quest’anno ci sono state alcune vittorie prestigiose.



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Crisi per Golden State?

“Stiamo bene” ha detto Mark Jackson “niente panico. Abbiamo perso un’altra partita e non abbiamo giocato bene. Abbiamo commesso tanti errori. Non abbiamo giocato per 48 minuti, ma non c’è motivo per allarmarsi. Ci riprenderemo”. Certo, frasi che sembrano di circostanza, ma dopo la quarta sconfitta consecutiva in questa mini trasferta di 4 partite in 5 giorni, il campanello di allarme suona forte. Nel corso di una stagione lunghissima, una striscia perdente di quattro ci può anche stare (tra l’altro è la prima di quest’anno ben oltre le attese fin’ora) ma desta un po’ di preoccupazione il modo con cui sono arrivate le sconfitte. I Warriors sono stati umiliati a Houston, asfaltati a Oklahoma City, battuti a Memphis e demoliti a Dallas: sono stati battuti con una media di oltre 20 punti nelle quattro partite. Nell’ultima, ad esempio, Curry ha dovuto tirare 23 volte per soli 18 punti, DLee ha fatto solo 10 punti con 4 su 9, 6 rimbalzi e 3 perse. Klay Thompson ha avuto un’altra delle sue seratacce con 11 punti su 14 tentativi. Jarret Jack non ha giocato per tre volte mentre Bogut ha fatto due partite giocando 25 minuti a Houston con 10 punti, 9 rimbalzi e 3 assist e 28 minuti a Memphis con 7 punti 6 rimbalzi e 2 assist. Anche David Lee afferma che non bisogna lasciarsi prendere dal panico nonostante sia una situazione molto frustrante, anche se nel corso della lunga stagione ci può stare. Infatti Golden State sabato ha chiuso una tornata di 10 partite in 16 giorni, di cui 8 in trasferta. Cinque di queste in trasferta erano contro squadre che attualmente sarebbero ai playoff. Adesso Golden State è 9 partite sopra il .500 e se vincono contro Houston alla Oracle Arena il 12 febbraio, arrivano alla pausa dell’All Star con 10 partite sopra il .500. Dopodiché 6 delle prime 8 partite dopo il break sono in trasferta mentre 17 delle ultime 22 partite saranno in casa. La concorrenza a Ovest per gli ultimi tre posti disponibili per la post season è spietata, dando per scontato che i primi 5 sono ormai assegnati. Vedremo se i guerrieri sapranno riprendersi subito. Intanto insieme alla Adidas è stata presentata quella che potrebbe essere la nuova maglietta indossata in futuro dai giocatori di pallacanestro: una maglietta tecnologica con le maniche e saranno la prima squadra ad indossare qualcosa che non è una canotta il prossimo 22 febbraio in casa contro gli Spurs. Un sacrilegio? Una innovazione geniale? Dipende dai gusti; commercialmente può essere una mossa azzeccata.

la nuova Warriors Jersey

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Mini Trasferta per le ambizioni dei Warriors

I Warriors iniziano questa sera una trasferta di quattro partite in cinque giorni che, se per caso non si fosse ancora capito in questa stagione per certi versi sorprendente, diranno di che pasta sono fatti: incontrano infatti in successione Houston, Oklahoma, Memphis e Dallas, le prime tre delle quali con un record abbondantemente sopra il 50%. E, sicuramente, ne giocheranno almeno due senza Bogut che non è ancora pronto per i back-to-back. Ma i Warriors hanno già affrontato situazioni del genere prima e lo dimostra il record di 13 sopra il .500 con l’ultima vittoria per 113 a 93 contro i Suns lo scorso 2 febbraio. La prima partita è stasera contro i Rockets che in casa vanno benissimo e sono secondi per ppg con 105.1 a partita; si vola poi domani a Oklahoma dove i Thunder hanno un record casalingo di 21-3 e che vorranno sicuramente vendicare la recente sconfitta alla Oracle Arena del 23 gennaio; dopo un giorno di riposo si va a Memphis che si trova davanti di mezza partita in classifica ed è in lotta per il quarto posto della Conference e infine ci si reca a Dallas il 9 febbraio per concludere la trasferta contro i Mavericks che probabilmente avranno in campo sia Nowitzki che Caman assenti lo scorso 31 gennaio a Oakland. Bogut probabilmente starà fuori nelle partite di Oklahoma e Dallas perché avrebbe molto più senso averlo in campo a Houston e a Memphis in ottica playoff. Tornare con un 2-2 dalla trasferta e vincere in casa contro Houston assicurerebbe ai Warriors un buono spot nella Conference prima dello stop per l’All Star Game di Houston.
Nel frattempo David Lee è stato nominato per la seconda volta quest’anno giocatore della settimana della Western Conference merito anche del fatto che è diventato il primo giocatore NBA da 10 anni a questa parte ad avere quattro partite consecutive con almeno 15 punti, 12 rimbalzi e sette assist. DLee quest’anno ha un record di 31 doppie-doppie: un buon biglietto da visita per l’All Star Game. Altri due giocatori rappresenteranno i Warriors a Houston: Klay Thompson e Harrison Barnes sono stati scelti per partecipare al BBVA Rising Stars Challenge del 15 febbraio.

Rising Stars Challenge: Klay e Barnes

Rising Stars Challenge: Klay e Barnes



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