Il voto alla regular season degli Warriors

Si è dunque conclusa la reagular season e già si è proiettati ai playoff che per Golden State incominciano sabato per una supersfida contro i rivali di division Los Angeles Clippers. Che voto dare alla regular season degli Warriors? Se si guarda ai numeri della stagione non si può non considerarla positiva. Il record dice 51W-31L per un 0.622 finale che ha garantito il sesto spot, superando per la prima volta da vent’anni le 50 vittorie (dai tempi dei gloriosi Run-TMC) e qualificandosi per il secondo anno consecutivo alla post season dalla stagione 1991-92. L’anno scorso le vittorie furono 47 a fronte di 35 sconfitte che garantirono ugualmente il sesto posto a Ovest. Anche il differenziale punti fatti/punti subiti è notevolmente migliorato passando da +0.9 (101.2 – 100.3) a un +4.8 (104.3 – 99.5). Tutte queste cifre, ricordiamolo, raggiunte in una conference super competitiva, se si considera il fatto che Phoenix, la prima delle escluse, con il suo record di 0.585 (48W – 34L) potrebbe occupare il terzo posto a Est. C’è stata poi l’esplosione di Steph Curry (primo titolare giallo blu all’All Stare Game da vent’anni), la conferma di Klay Thompson, la crescita di Draymond Green, la striscia di 10 vittorie consecutive tra dicembre e gennaio, una difesa classificata tra le cinque migliori con Andre Iguodala, un sano Andrew Bogut, Draymond Green e Klay Thompson, le vittorie contro le top dell’est Miami e Indiana, i game winner di Curry e Igoudala. Ci sono stati però episodi nel corso della stagione che hanno influenzato negativamente la squadra; a livello societario, come ad esempio il declassamento dell’assistant coach Brian Scalabrine alla D-League per divergenza di vedute con Mark Jackson, il licenziamento dell’altro assistant coach Darren Erman per “violation of company policy”, a livello di squadra con i troppo frequenti alti e bassi e le sconfitte inattese con squadre dal ranking peggiore, l’infermeria sempre piena con gli infortuni patiti anche quest’anno da Andrew Bogut (fuori anche per i playoff?), David Lee, Andre Igloudala, Jermaine O’Neal e il mancato rientro di Festus Ezeli, la gestione della squadra da parte di Mark Jackson, forse preoccupato per il rinnovo, l’involuzione di Harrison Barnes. Adesso ci saranno da affrontare i Clippers (2 a 2 in RS) forse il miglior accoppiamento che potesse capitare, sulla carta e in classifica certamente più forti, ma di certo non si parte battuti, ma più forti della Denver terza lo scorso anno. Darei quindi come voto un sei come la classifica, mentre per il voto finale non ci resta che attendere la sfida con i Clippers, sperando in una ripetizione delle prestazioni dell’anno scorso di Harrison Barnes e nell’esperienza di Igoudala.

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Il morale degli Warriors è alto nonostante sua maestà LeBron

Se quel dannato e stupefacente buzzer beater di sua maestà King LeBron non fosse entrato saremmo qui a onorare e festeggiare una delle vittorie più belle della stagione.

Miami-Heat-LeBron-James-Chris-Bosh. BayAreaSportsGuy

BayAreaSportsGuy

E invece siamo ancora qui ad aggiungere un’altra L e si va alla pausa All Star con il record di 31-22, più o meno in linea con quello dello scorso anno che era 30-22. Ma mentre un anno fa si era la sorpresa positiva della Western, Continue reading

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Il valore di Golden State (in $)

Anche quest’anno la rivista Forbes ha pubblicato la classifica delle squadre nba in base al loro valore economico. In questa particolare graduatoria Golden State si trova al nono posto in mezzo alle due texane Dallas e San Antonio e in calo di una posizione rispetto alla valutazione del 2012, mentre ai primi due posti si trovano sempre, a posizioni invertite però, New York Knicks e Los Angeles Lakers, fuori classifica per le potenzialità del mercato locale. Nonostante questo il valore degli Warriors è aumentato del 35% rispetto allo scorso anno, percentuale che la pone al terzo posto come incremento su base annuale, segnale che indica una crescita di interesse per la squadra della baia così come le 17 apparizioni in diretta televisiva nazionale su espn e tnt (record di franchigia). La proprietà è convinta del valore della squadra ed è per questo che, nonostante i tutto esaurito in continuazione e il record di abbonamenti annuali, ha deciso di tornare alle origini e trasferirsi a San Francisco dal 2017, quando dovrebbe essere pronta la nuova arena da un milardo di dollari: la Oracle Arena, ma soprattutto Oakland, sembrano essere diventati un po’ stretti. D’altronde, come ha insegnato David Stern, basketball is business, e a San Francisco il mercato potrebbe essere ancora più ricco. Il potenziale c’è, la squadra in questo momento un po’ meno. Aspettiamo lo stop dell’all star game per riprendersi e tirare la volata finale. Il sesto posto dello scorso anno sarebbe una mezza delusione.

let’s go Warriors


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I dubbi per Mark Jackson

Diciamo che la sconfitta con la squadra attualmente più forte della lega ci può stare, così come quella dei 54 punti del probabile MVP. Non ci stava la sconfitta interna contro Denver ma quello che soprattutto non ci sta è l’attuale classifica, sesti sì a Ovest ma fondamentalmente uguale allo scorso anno. Quest’anno ci si aspettava qualche cosa in più o comunque essere davanti a Houston e a Portland. Invece si procede ad alti e bassi, con vittorie ottenute in rimonta o allo scadere. Se finisse oggi il campionato, si giocherebbe contro Oklahoma con cui si è già perso due volte e le prospettive di passare il turno non sarebbero molte. Lascia qualche legittima perplessità la gestione della squadra da parte di Mark Jackson. Ultimamente Igoudala sembra un po’ appannato; forse non ha recuperato benissimo dall’infortunio. Bogut viene tenuto in panchina nei minuti decisivi. E allora perchè non provare a cambiare quintetto, inserendo Harrison Barnes, che quando parte dalla panchina sembra meno efficace, oppure spostare Igoudala allo spot due e utilizzare Klay Thompson come sesto uomo? la stagione è ancora lunga e c’è tutto il tempo di provare a trovare nuove soluzioni. L’innesto di Crawford può rafforzare la panchina, fin’ora anello debole della squadra, aspettando con ansia il ritorno di Ezeli per rafforzare la presenza sotto canestro.

Curry a terra

Curry a terra


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“Nba history 1997-2013”: i nuovi DVD in italiano della Gazzetta dello Sport

dvd01La Gazzetta dello Sport presenta “Nba history 1997-2013”: 17 Dvd Ufficiali NBA per rivivere i momenti migliori di una grande storia di sport.

Ogni uscita sarà dedicata ad una stagione Nba, dal 1997 ad oggi, e conterrà la storia delle sfide, dei campioni e delle franchigie da record.
Una collana da non perdere, in edicola ogni settimana a partire dal 17 Gennaio in allegato al quotidiano.

La prima uscita, prevista per Venerdì 17 Gennaio al costo di €10,99 (più costo del quotidiano), sarà “Chicago Bulls campioni 1996-1997”: il film ufficiale della stagione NBA 1996-1997, per vivere da protagonisti il trionfo dei Bulls di Michael Jordan e coach Phil Jackson e sentirsi in ogni momento parte di una grande squadra di giocatori entrati nella leggenda come Scottie Pippen, Steve Kerr, Dennis Rodman, Tony Kukoc. Continue reading

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FullSquad

Un internet meme è nato prima della lunga trasferta che ha visto gli Warriors ad un passo dal record di sette vittorie lontano da casa. Al termine della vittoria casalinga del 27 dicembre scorso contro i Phoenix Suns (la quinta di fila) David Lee si è rivolto al blogger di warriorsworld.net Jordan Ramirez a proposito del record della squadra dei titolari rivolgendosi così

What’s the record of our full squad, Jordan?

Il meme ha portato bene evidentemente perchè è arrivata appunto la lunga striscia di vittorie in trasferta, se ne è parlato nei media locali e nazionali, l’hashtag #fullsquad è stato postato più di 13000 volte su twitter ed è pure nato il merchandising ufficiale #FullSquad Shirts Now Available!,

fullsquad shirt

fullsquad shirt


è apparso sulla pagina instagram di David Lee, è utilizzato dai compagni di squadra nei tweet January 6, 2014 ed è diventato di moda durante le partite nella baia.
Il video di fullsquad
Sicuramente stasera contro i Celtics il pubblico (54 sold out consecutivo) farà sentirfe il suo #FullSqauad.


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E’ nata una nuova rivalità?

Lo sport non esisterebbe senza rivalità, le rivalità esistono da sempre nelle competizioni sportive. Sentenze sacrosante che trovano conferma soprattutto in terra italica, dove, a causa del un retaggio storico culturale, l’antagonimo a livello cittadino, provinciale e regionale è una costante in ogni sport di squadra. In America la rivalità sportiva è forse più sentita a livello non professionistico, vedi sport collegiale, perchè le grandi distanze non favoriscono le trasferte dei tifosi da una parte all’altra della nazione. Per come sono strutturati i campionati, le grandi rivalità sportive nascono a livello di raggruppamenti divisionali e quando una città “ruba” una franchigia ad una altra città e si trova poi a tornare nella vecchia città che intanto si è rifatta una squadra. Nella NBA esistono le rivalità storiche nate da infiniti scontri per l’anello come quella tra Boston Celtics e Los Angeles Lakers o tra gli stessi Lakers e i Detroit Pistons. Oppure quella nata negli ultimi anni tra Boston Celtics e Miami Heat per la supremazia a Est (almeno finchè c’erano Garnett e Pierce a Boston). L’antagonismo nasce così quando due squadre si lasciano dietro anni di anonimato e si trovano a lottare per la supremazia. E’ quello che sta succedendo nella Pacific Division dove il giorno di Natale è andata in scena la battaglia tra Golden State Warriors e Los Angeles Clippers vinta dalla squadra di Oakland per 105 a 103 gara finita con le espulsioni e i falli intenzionali di Griffin, Green e Bogut, dopo che nella prima partita della serie lo scorso 31 ottobre Bogut e DeAndre Jordan non si erano certo scambiati abbracci amichevoli. I due coach Marck Jackson e Doc Rivers, dall’alto della loro esperienza hanno minimizzato, ma senz’altro ammettono che sta nascendo una rivalità nella division, adesso che momentaneamente i Lakers non sono la squadra da battere e siamo lontani anni luce dai Kings di Mike Bibby, Chris Webber, Vlade Divac, Doug Christie e Peja Stojakovic. Per i Clippers la geografia direbbe Lakers o le ultime due uscite ai playoff i Memphis Grizzles, mentre per gli Warriors la cartina punterebbe su Sacramento e il campo sugli Spurs ma

entrambi i team arrivano da una storia di perdenti, entrambi i team hanno virato e stanno puntando nella giusta direzione, continuiamo la salita e vediamo dove cadono le fiches

come dice Mark Jackson. Per quanto Warriors e Clippers non si vedano di buon occhio, entrambi gli allenatori riconoscono che la propria squadra dovrà vincere qualcosa affinchè si possa parlare di vera rivalità. Rimane il fatto che l’ultima apparizione degli Warriors alle finali di conference data 1976 mentre i Clippers non ci sono mai arrivati.

“Non mi interessa il passato a parte il fatto di studiarlo” dice Doc Rivers “ma il nostro futuro è nelle nostre mani. Sono sicuro che Mark e Golden State la pensano allo stesso modo e l’unica maniera per far nascere una rivalità è continuare sulla strada verso il successo”.

Golden State ci sta provando.

Nasce la rivalità tra Golden State e e Clippers

Thearon W. Henderson/Getty Images


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Brutta aria nella baia

Tira una brutta aria nella baia di San Francisco e non è di certo quella che arriva dall’oceano Pacifico e sovente avvolge il Golden Gate. No, è il tornado che si sta abbattendo su Oakland e sugli Warriors. Dopo 25 partite si trovano fuori day playoff ad una partita e mezzo dall’ottava dopo che erano stati pronosticati come possibili contender per la finale di conference. E invece per diversi motivi la stagione non sta andando come si sperava e urge riprendere a vincere, dato che i primi quattro posti sembrano fuori discussione, oltre alla sorpresa Trail Blazers. I motivi, dicevano, sono diversi ma primo tra tutti sembra la prolungata assenza di Igoudala e l’aiuto delle statistiche avanzate sembra confermarlo. Il suo contributo, nelle 13 partite in cui ha giocato (si è infortunato il 22 novembre a Los Angeles contro i Lakers) si è sentito sia in difesa che in attacco. In queste partite ha avuto una media di 12.9 punti (con il 54% da due, il 47% da tre che diventa 56% nelle 8 vittore), 4.2 rimbalzi, 6.3 assist e 1.9 rubate. con lui in campo si segnava 14 punti ogni 100 possessi più degli avversari; inoltre consegnava un assist ogni 6.49 passaggi effettuati (dato superiore ai 7.4 di Lebron James). Mentre per quanto riguarda i punti prodotti dagli assist si attestava a 14.7 dietro ai 15.1 di Lebron, numero ancora più considerevole considerando che non è un vero playmaker. Ma soprattutto in difesa i numeri sono decisivi: con lui in campo si subivano 95.4 punti ogni 100 possessi, mentre senza di lui se ne concedono 103.9. Dunque un’assenza pesante. Stephen Curry sta giocando una stagione da all-star e le sue statistiche lo confermano, in particolare gli assist che sono in aumento. E infatti nelle 3 partite che ha saltato sono arrivate altrettante sconfitte. Un altro dei motivi della partenza difficile sono le riserve che non riescono a fornire l’apporto che lo scorso anno davano Jarret Jack e Carl Landry, ma la gestione della panchina era preventivata con l’acquisto di Igoudala. Il calendario fin’ora non ha dato una mano perchè su 25 partite giocate ben 15 sono state in trasferta. David Lee continua ad avere statistiche interessanti ma il suo apporto non è più incisivo come lo scorso anno e le difese avversarie probabilmente riescono a preparasi meglio visto Golden State non è più una sorpresa. Forse il lavoro di Mike Malone, ora sulla panchina di Sacramento, era troppo importante che ora se ne sente la mancanza. Sicuramente gli Warriors ora come ora finiscono dietro alla lavagna, ma il tempo per recuperare gli infortunati e una posizione di classifica più consona c’è. Delle prossime 8 partite 5 sono alla Oakland Arena dove si può, anzi si deve, cercare di fare il pieno per iniziare l’anno nuovo con una situazione decisamente migliore.

stephen curry a terra

stephen curry a terra


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Il discorso del veterano

Dietro alla vittoria in rimonta contro Toronto non ci sono stati solo i canestri dei soliti Curry, Thompson, Barnes e Lee. Sotto per 65 a 47 all’intervallo, negli spogliatoi ha preso la parola uno che è alla diciasettesima stagione con 26725 minuti trascorsi sui parquet americani e ha pronunciato un discorso alla Kennedy rivolgendosi ai compagni: “Vediamo di che cosa siamo fatti nel secondo tempo”. E la rimonta finale si è poi materializzata nel quarto quarto con un parziale di 42 a 15. Jermaine O’Neal ha dimostrato, oltre che sul campo, che cosa significa essere leader e prendere in mano la squadra. Dall’alto della sua esperienza si è rivolto ad un gruppo di giovani che non stava facendo una bella figura alla Oracle Arena e li ha spronati a modo suo, come ha raccontato nel post partita Klay Thompson. Una iniezione di fiducia per una squadra che non è partita bene ma che ha grandi ambizioni in una Western Conference sempre più competitiva. E negli ultimi 12 minuti gli Warriors hanno surclassato i Raptors a rimbalzo per 14 a 1, di cui 6 di O’Neal. Dopo che il distacco era sceso sotto i dieci, O’Neal ha fermato con una stoppata Amir Johnson ed è stato in campo tutti gli ultimi 12 minuti tranne i 17 secondi finali.

Jermaine O'Neal affrontato da Datome

Jermaine O’Neal affrontato da Datome AP Photo/Ben Margot


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Il record attuale di Golden State rispecchia il valore?

Con la vittoria a New Orleans gli Warriors hanno iniziato bene la trasferta di quattro partite e sono ora a 9-6. Ma la classifica attuale rispecchia il valore della squadra, o nel record ci sono già delle sconfitte di troppo, viste le premesse di inizio campionato? Ecco, diciamo che siamo ancora nella fase iniziale del campionato e sono arrivate alcune sconfitte dovute principalmente a cause tra loro collegate. Fin da subito abbiamo sottolineato che a fronte di un quintetto titolare più Barnes le riserve non hanno ancora risposto bene, suscitando anche la pacata reazione del reverendo. E questo si è visto non tanto nelle vittorie, perchè quando c’era da riportare il risultato sui binari giusti, Marck Jackson rimetteva in campo i titolari, ma in occasione delle partite in cui la lista infortuni presentava uno dei top player. Lo si è visto quando non c’era Curry o Igoudala, e meno male che a New Orleans è rientrato a tempo di record Jermaine O’Neal, sopperendo alla squalifica di Bogut. Ora aspettiamo Igoudala, visto l’apporto che ha da subito dato alla squadra. Non c’è da preoccuparsi, per ora, di quello che dice il record; lasciamo che i vari Nedovic, richiamato subito dalla D-League dopo l’ottima prestazione con i Santa Cruz Warriors, Dedmond, Speights, Bazemore entrino bene nei meccanismi e attendiamo con fiducia, oltre a Igoudala, anche il rientro di Ezeli previsto per gennaio.


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