Grazie David, we will miss you

Lee KerrDavid Lee adesso è un giocatore dei Boston Celtics. Ma torniamo indietro di 5 anni: luglio 2010. Lee dopo una sign and trade con i Knicks arriva nella baia in cambio di Anthony Randolph, Ronny Turiaf e Kelenna Azubuike oltre alla solita futura scelta del draft. Lee ha la possibilità di scegliere la squadra con cui firmare e sceglie gli Warriors diventando così dopo molti anni il primo giocatore all-star a firmare per Golden State. La sua scelta porta una ondata di novità nella cultura che circonda la squadra della baia che fa seguito al draft del 2009 quando un certo Steph Curry viene scelto dagli Warriors. A livello societario le cose cambiano qualche settimana dopo la scelta di Lee quando Joe Lacob e Peter Guber acquisiscono la squadra, promettendo cambiamenti e titoli, promesse che non vengono prese sul serio da molti addetti e non addetti ai lavori. Ma Lee sceglie gli Warriors per l’opportunità di giocare al fianco di un fenomeno come Curry, per il pazzesco attaccamento dei tifosi alla squadra e per la possibilità di andare ai playoff subito con giocatori come Monta Ellis (il più amato della baia) e Andris Biedrins. Certo, a quei tempi, Lee non si immaginava affatto che oltre ai playoff sarebbe arrivato anche qualcos’altro di ben più importante. Durante la sua permanenza con gli Warriors Lee ha messo insieme cifre di tutto rispetto e ha raggiunto successi importanti: ha raggiunto la sua seconda tripla doppia nella stagione 2011-12, è stato nominato All-Star per la seconda volta nel 2013 (primo giocatore All-Star di Golden State dopo Latrell Sprewell nel 1997) e infine ha vinto il titolo NBA nel 2015. Nelle sue cinque stagioni ad Oakland, Lee ha avuto una media di 16.7 punti, 9.3 rimbalzi e 2.8 assist con il 51,3% dal campo. Le stagioni migliori sono state il 2011-12 quando ha avuto la media di 20.1 punti e 9.6 rimbalzi seguita dal 2012-13 in cui ha avuto la media di 18.5 punti e 11.2 rimbalzi. L’impatto di Lee sugli Warriors è andato però ben oltra il campo di basket: la sua leadership e i il suo altruismo sono stati apprezzati da chiunque. David ha unito lo spogliatoio, ha aiutato i giocatori più giovani e ha guidato con l’esempio e con la sua voce. Ma il suo impegno è stato anche fuori dalla pallacanestro: è stato molto attivo nella comunità e con diverse associazioni benefiche sempre in modo molto riservato. Ha fatto donazioni e speso molto tempo con le organizzazioni benefiche non perchè doveva farlo ma solo perchè si sentiva in dovere di donare qualcosa e fare per le persone meno fortunate, specialmente i bambini del St.Jude Children’s Research Hospital. Questa è la personalità di David Lee e questa era il tipo di persona e di giocatore di cui gli Warriors avevano bisogno per la loro “ripresa”; Curry non era ancora il leader di questa squadra, adombrato dalla personalità popolare ed ingombrante di Monta Ellis. Così Lee ha mostrato al giovane Steph quali dovevano essere le qualità per diventare un leader e i due sono diventati amici anche fuori dal campo. Lee CurryUna delle ragioni principale per cui gli Warriors hanno vinto il titolo è stato lo spirito di sacrificio che alcuni giocatori hanno mostrato. Andre Igoudala e David Lee, nonostante il loro status all’interno della squadra e i loro stipendi, si sono fatti da parte ma si sono fatti trovare presenti nel momento del bisogno. Lee è sempre stato sincero sul suo stato d’animo riguardo al cambio del suo ruolo nella gerarchia del team e all’inizio è stato difficile accettarlo; ma l’obiettivo personale e la chimica della squadra erano troppo importanti per mettere al primo posto il proprio orgoglio. E lui voleva vincere tanto quanto la franchigia. Per tutte queste sue caratteristiche era uno dei personaggi favoriti della tifoseria, anche quando i tifosi hanno realizzato che era arrivato il momento di Draymond Green. Sebbene i tifosi capiscano che la trade di Lee è stata necessaria per ragioni economiche, tuttavia David lascerà un vuoto immenso a tutta la “nazione” degli Warriors, dai tifosi, ai compagni, all’intera organizzazione che nei suo 5 anni è passata da 23 vittorie all’anello NBA. Apripista, leader, capitano, esempio da seguire, serietà, altruismo sono le doti di un giocatore che ogni squadra vorrebbe con sé e che gli Warriors hanno avuto la fortuna di avere. Un “guerriero” che mancherà. We will miss you David.

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Un titolo targato Joe Lacob

Dalla Silicon Valley all’anello NBA

Joe Lacob

Joe Lacob

Gli Warriors hanno riportato a Oakland, California, il titolo NBA che mancava da ben 40 anni, il secondo da quando si sono trasferiti nel 1962 nella Bay Area, prima a San Francisco e poi a Oakland. Fino a qualche tempo fa non erano nemmeno troppo considerati dai media locali e nazionali che ovviamente riversavano i loro dollari sulle squadre di football (49ers e Raiders) e di baseball (Giants e A’s), nonostante giochino in una delle aree più innovative e ricche degli USA e del pianeta. Anzi, la loro organizzazione era addirittura considerata un modello da non imitare. Poi però è arrivato Joe Lacob, uno dei tanti venture capitalist della Silicon Valley, lui che era nato a New Bedford, Massachusetts, da una famiglia modesta o povera come dice Lacob. Quando i suoi genitori si trasferiscono ad Anaheim, California, va al college e si laurea in scienze biologiche all’Università della California e prende un master in epidemiologia all UCLA e poi un master anche in business administration a Stanford. E qui cambia la sua vita perché, dopo aver proposta una sua idea da finanziare alla Kleiner Perkins Caufield & Byers, una venture capitalist investing firm, viene assunto dalla stessa e diventa lui stesso un venture capitalist nel campo delle scienze mediche, energia e internet, scovando e finanziando start up. Lavorando nella Silicon Valley ne assorbe i valori e le metodologie che a poco a poco trasferisce nello sport, prima come investitore nella American Basketball League (una lega di pallacanestro femminile) e poi come azionista di minoranza dei Boston Celtics. Non puoi stare seduto ad aspettare – dice – e sperare che tutta accada per caso. Quando nel 2011 decide di acquistare i Golden State Warriors, insieme a Peter Gruber, attivo nel mondo dei media, sborsa 450 milioni di dollari, vincendo anche la concorrenza di Larry Ellison, patron della Oracle, affermando che in pochi anni avrebbe riportato la squadra al titolo. Ovviamente non viene preso molto sul serio, perchè sembra quasi impossibile risollevare una squadra NBA che gioca a Ovest e per di più in California, lo stato dei Los Angeles Lakers. Ma Lacob si prende un po’ di tempo per osservare l’ambiente. “Ho speso sei mesi facendo quello che avrei fatto con ogni start up. Ho passato sei mesi guardando tutte le cose e sono giunto alla conclusione che non c’erano le persone giuste. Avevamo bisogno di più disciplina e talento nella gestione” Dalle parole ai fatti: Lacob si rende conto che c’è bisogno di maggior talento nel front office del team, così assume il più famoso executive a livello NBA, Jerry West, prima grandissimo giocatore e poi grandissimo dirigente dei Los Angeles Lakers. C’è poi bisogno di un nuovo General Manager, così si prende un certo rischio chiamando il “rookie” Bob Myers. Poi interviene sulla squadra dando l’assenso per la trade che porta a cedere l’idolo di Oakland Monta Ellis, in cambio del centro australiano spesos rotto dei Bucks Andrew Bogut. Con questa mossa, nella serata di ritiro della maglia dell’ex campione degli Warriors Chris Mullin, viene subissato dai fischi della Oracle Arena, riuscendo a malapena a farsi sentire. Il resto è storia recente, con la squadra che vede sbocciare il talento di mr. Steph Curry e raggiungere i play off dopo anni di assenza. La squadra gioca, vince e diverte fino all’ultima mossa contro corrente dello scorso anno, quando decide di sostituire il coach Mark Jackson, amatissimo dallo spogliatoio e dai tifosi, per un allenatore rookie, Steve Kerr, campione sì sul campo ma certo una scommessa. Ma a questo punto non si può più parlare di scommessa, ma di una serie di scelte vincenti, se è vero che mr. Joe Lacob, in soli 4 anni ha cambiato il destino di una squadra e forse la geografia della NBA.

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Addio a Tony Verna: inventò l’instant replay

Tony Verna

Tony Verna

Con questo pezzo voglio ricordare una persona morta lo scorso 18 gennaio a Palm Desert in California che ha segnato la storia dello sport in televisione e quindi anche del basket. Si chiamava Anthony “Tony” Verna, era figlio di immigrati abruzzesi ed era nato a Philadelphia nel 1933. Era un regista e produttore televisivo e alui si deve l’invenzione dell’instant replay. Il nostro tecnico aveva inventato un metodo per rimandare il nastro televisivo della registrazione ad un punto stabilito e ritrasmetterlo subito dopo; accadde durante una partita di football americano tra l’esercito e la marina, poco dopo la morte di J.F.K, in cui rimandò in onda un touchdown e in quell’episodio, riconosciuto come la nascita dell’instant replay, Verna dovette avvertire i telespettatori che non si trattava di una nuova segnatura e che l’azione non era dal vivo ma si trattava di una ripetizione dell’azione precedente. Era nata così dal genio di un italo americano una tecnologia che avrebbe cambiato per sempre il modo di vedere lo sport. Verna voleva mostrare subito quello che era appena successo senza dover aspettare gli intervalli di gioco. Oltre a questa storica invenzione, Verna ha ottenutto altri successi nel campo della televisione: ha diretto moltissimi eventi sportivi, tra cui il Kentucky Derby, il Superbowl, Olimpiadi, il Live Aid del 1985, coordinando 80 registi, il “Prayer for World Peace” del 1987 in cui Papa Giovanni Paolo II recitò il Rosario dalla Basilica di St. Mary Major, evento visto in più di 100 nazioni.

“Che cosa voglio sulla mia lapide?” gli fu chiesto in un intervista del 2013. “Figlio di immigrati italiani. Inventò l’instant replay”.

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Steve Kerr a lezione di coaching da Pete Carroll dei Seattle Seahawks

Steve Kerr

Steve Kerr

Che cosa potrebbero avere in comune un capo allenatore della NBA e uno dell NFL? A prima vista poco data la differenza che intercorre tra i due sport. Ma in realtà entrambi si trovano a gestire un gruppo di sportivi, magari acnhe un po’ viziati, e a tirare fuori da ognuno di loro il meglio. E’ accaduto che Steve Kerr per mezzo del suo agente Mike Tannenbaum, ex general manager dei New York Jets, si è recato al quartier genarale dei Seattle Seahawks, ultimi vincitori del super bowl, per assistere al lavoro di Pete Carroll, nativo di San Francisco. Più che ai metodi di allenamento Steve Kerr era interessato all’atmosfera che si respira al camp dei Seahawks perché “Hanno vinto il Super Bowl. giocano divertendosi, facendo divertire. Questo è esattamente il modo con cui voglio che giochi la mia squadra“. Nel momento in cui Kerr è diventato head coach dei Golden State Warriors, ha cercato di circondarsi di assistenti esperti e capaci, perchè ama molto ascoltare e imparare, ma ha anche incontrato ex colleghi per ricevere consigli. Ha preso molto dal suo coach ai tempi dei Chicago Bulls, (e una cosa che si nota è che come il maestro zen si alza poco dalla panchina) perché “per me si gli schemi… sono una parte importante dell’allenare ma una parte relativamente piccola. L’80 per cento dell’allenare sono le relazioni e creare la guista atmosfera,una cultura di gruppo“. Kerr ammira molto Pete Carroll anche se odia molto i Trojans di USC (ex squadra di Pete). L’unica differenza con il lavoro precedente di analista per la televisione è che adesso Kerr deve andare praticamente al lavoro ogni giorno ed è per questo che sta cercando di portare una nuova mentalità all’interno degli Warriors. I giocatori sono abbastanza coinvolti, si divertono tra di loro, sono competitivi? Di tutte queste cose abbiamo parlato con Pete e di come poter attuare mantalità. Questo è stato il suo insegnamento. Risultato pratico: Kerr ha visto come hanno reagito i giocatori dei Seahawks quando Carroll ha fatto installare altoparlanti ovunque per riprodurre musica in continuazione che adesso alla facility degli Warriors ad ogni sessione di allenamento c’è musica per caricare i giocatori. Con il record migliore nella storia della franchigia (21-2) qualcosa di Steve Kerr si vede già.

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Warriors: non solo Curry

Il record migliore nella competitiva Western Conference aggiornato al 1 dicembre appartiene a due squadre che negli ultimi playoff sono uscite al primo turno. Una sorpresa? Per certi versi probabilmente si, perchè ad esempio all’appello manca Oklahoma, condizionata dagli infortuni. Però i numeri fatti fin’ora dagli Warriors e dai Grizzlies non sono arrivati a caso. Memphis (6-2) e Golden State (5-2) hanno i due record migliori in gare giocate contro le 16 squadre con record vincenti. I Dubs hanno anche le statistiche migliori della lega nel TS% (True Shooting Percentage) con il .582, nel eFG% (Effective Field Goal Percentage) con il .546, nel eDiff (Efficiency Differential) con 10.7. Altri numeri importanti sono: terzi per punti a partita (107.1), quarti per rimbalzi (45.1), primi per assist (25.8). Steve Kerr sta plaswmando una squadra che non vive solo di Curry e Thompson, ma con lui sembrano altri giocatori rispetto alla passata stagione i vari Bogut, Barnes, Green e Speights, questi ultimi tre tra i tiratori più migliorati della lega. Marreese Speights (più 12%), Harrison Barnes (più 11.7%) e Draymond Green (più 8.15) hannno fatto un salto notevole nella percentuale effettiva dal campo rispetto alla passata stagione. Steve Kerr, affiancato da bravissimi collaboratori, sta ridisegnando le gerarchie della squadra valorizzando le caratteristiche di ogni giocatore, e anche se è un rookie non ha avuto paura di far partire dalla panchina un giocatore da 12 milioni annui perchè ha capito che Barnes rende meglio se gioca minuti da subito e Igoudala entra come sesto uomo. Stessa sorte toccherà a David Lee, quando rientrerà dall’infortunio (un caso Bargnani??) visto le performance che sta avendo il prodotto di Michigan Draymond Green. “In molti modi è il nostro cuore e la nostra mente e gioca con la stessa passione in entrambi i lati del campo” Kerr dice di lui “e penso che sia contagioso”. Un bel complimento, non c’è che dire. Insomma, divertimento in campo e anche fuori. Dopo un viaggio a east con un record di 5-0 in nove giorni la squadra torna alla Oracle Arena con una striscia di 9-0. Gli Warriors possono fare 10 di fila stasera quando incontrano gli Orlando Magic per la seconda volta quest’anno.

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Golden State opener season

Dopo un’estate vissuta a rincorrere il sogno Kevin Love, gli Warriors hanno iniziato la preseason allo Staples Center sconfiggendo i rivali divisionali Los Angeles Clippers in una partita importante per tutto tranne che per il risultato. Innanzitutto la questione Kevin Love. E’ naturale che alla fine per come sono andate le cose c’è chi vede la lungimiranza e chi la miopia della dirigenza e del nuovo coach. E proprio da Steve Kerr io partirei per cercare di capire il mercato di Golden State. Non si è arrivati allo scambio perché il nuovo coach (ricordiamo, molto desiderato a New York da coach zen Phil Jackson) semplicemente non ha voluto, preferendo puntare su uno dei backcourt più forti della lega. Steph Curry e Klay Thompson

warriors backcourt

warriors backcourt

godono della fiducia incondizionata dello staff e per quest’ultimo si è deciso che non si può prescindere, soprattutto per la difesa che riesce a mettere in campo. E a mio modo di vedere è stata una decisione sensata perché Love avrebbe favorito l’attacco ma perdere Thompson sarebbe stato peggio. E poi David Lee, certamente influenzato da tutti i rumors perchè fa parte del business, dimostrerà che l’anno prima all’All Star Game non ci era capitato per caso. Steve Kerr ha detto inoltre che uno dei problemi dello scorso anno erano le palle perse e che dovranno diminuire così come dovrà migliorare il movimento di palla. Uno dei giocatori che potrebbe beneficiare di questo approccio è sicuramente Harrison Barnes che con il reverendo non ha trovato spazio e si è un po’ perso. Sotto canestro Andrew Bogut integro e finalmente Festus Ezeli daranno più consistenza e presenza fisica ma anche di qualità che può dare il centro australiano. Per l’inizio del campionato sarà quasi pronto anche Shaun Livingston che dopo l’ottima stagione ai Nets si spera possa portare lo stesso contributo che portò due anni fa Jarrett Jack. Mentre i veterani Barbosa e Kapono saranno utili più per l’esperienza e l’aiuto ai giovani.

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Guilty or not guilty?

La notizia del licenziamento di Mark Jackson è arrivata prima del previsto. Nonostante il supporto della maggior parte dei giocatori, Joe Lacob e Bob Myers, rispettivamente GM e CEO, due giorni dopo l’eliminazione al primo turno di playoff hanno comunicato quello che avevano già deciso da tempo: Mark Jakason non è più il coach dei Golden State Warriors. Il fatto di essere arrivati alla settima partita li ha solo messi in una posizione più difficile da giustificare, ma alla fine – secondo la legge dello sport – chi paga è l’allenatore.

mark jackson

mark jackson


La dirigenza ha mal sopportato il fatto di essere arrivati solo sesti in regular season e di conseguenza essersi pregiudicati il fattore campo, frutto di una stagione con troppi alti e bassi (anche se nella supercompetitiva western conference), soprattutto con le sconfitte alla Oracle Arena contro squadre dell’Est dai sulla carta molto più scarse. Altre circostanze che vengono contestate al reverendo sono

  1. una mancanza di schemi offensivi, soprattutto nei finali di partita
  2. difficoltà a chiamare i timeout, quandi gli avversari scappavano via
  3. scarsa dialettica durante le partite
  4. non ha costruito uno staffing coach
  5. gestione dei giocatori inadeguata

Queste sono solo alcune delle cose che non hanno permesso alla squadra di mantenere le aspettative di inizio stagione. Si perché se lo scorso anno gli Warriors erano stati la sorpresa postiva, poi gli underdog che superavano il primo turno di playoff, quest’anno non si è fatto di più, anzi, a guardare il risultato nudo e crudo si è peggiorati. Non sono sufficienti la giustificazione dell’assenza di Bogut proprio nel momento crciale della stagione, la troppa Curry-dipendenza e la mancanza di riserve all’altezza (quello che lo scorso anno sono stati Jarret Jack e Carl Landry); se poi si scende più in dettaglio e si analizzano le statistiche di Igoudala, Lee, Barnes (solo per citare qualche giocatore di peso) ecco che il coach ha le sue responsabilità. Se Joe Lacob ha detto che è un businessman e che deve pensare ad un unico obiettivo, altrettanto vere sono le parole post-licenziamento di Jackson:

Auguro il meglio alla squadra. Ma ora hanno la pressione di dover vincere un titolo. Non possono più aspettare. Per quanto mi riguarda ora so che non devo più dimostrare di saper allenare vista l’opportunità che mi hanno dato gli Warriors


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Il voto alla regular season degli Warriors

Si è dunque conclusa la reagular season e già si è proiettati ai playoff che per Golden State incominciano sabato per una supersfida contro i rivali di division Los Angeles Clippers. Che voto dare alla regular season degli Warriors? Se si guarda ai numeri della stagione non si può non considerarla positiva. Il record dice 51W-31L per un 0.622 finale che ha garantito il sesto spot, superando per la prima volta da vent’anni le 50 vittorie (dai tempi dei gloriosi Run-TMC) e qualificandosi per il secondo anno consecutivo alla post season dalla stagione 1991-92. L’anno scorso le vittorie furono 47 a fronte di 35 sconfitte che garantirono ugualmente il sesto posto a Ovest. Anche il differenziale punti fatti/punti subiti è notevolmente migliorato passando da +0.9 (101.2 – 100.3) a un +4.8 (104.3 – 99.5). Tutte queste cifre, ricordiamolo, raggiunte in una conference super competitiva, se si considera il fatto che Phoenix, la prima delle escluse, con il suo record di 0.585 (48W – 34L) potrebbe occupare il terzo posto a Est. C’è stata poi l’esplosione di Steph Curry (primo titolare giallo blu all’All Stare Game da vent’anni), la conferma di Klay Thompson, la crescita di Draymond Green, la striscia di 10 vittorie consecutive tra dicembre e gennaio, una difesa classificata tra le cinque migliori con Andre Iguodala, un sano Andrew Bogut, Draymond Green e Klay Thompson, le vittorie contro le top dell’est Miami e Indiana, i game winner di Curry e Igoudala. Ci sono stati però episodi nel corso della stagione che hanno influenzato negativamente la squadra; a livello societario, come ad esempio il declassamento dell’assistant coach Brian Scalabrine alla D-League per divergenza di vedute con Mark Jackson, il licenziamento dell’altro assistant coach Darren Erman per “violation of company policy”, a livello di squadra con i troppo frequenti alti e bassi e le sconfitte inattese con squadre dal ranking peggiore, l’infermeria sempre piena con gli infortuni patiti anche quest’anno da Andrew Bogut (fuori anche per i playoff?), David Lee, Andre Igloudala, Jermaine O’Neal e il mancato rientro di Festus Ezeli, la gestione della squadra da parte di Mark Jackson, forse preoccupato per il rinnovo, l’involuzione di Harrison Barnes. Adesso ci saranno da affrontare i Clippers (2 a 2 in RS) forse il miglior accoppiamento che potesse capitare, sulla carta e in classifica certamente più forti, ma di certo non si parte battuti, ma più forti della Denver terza lo scorso anno. Darei quindi come voto un sei come la classifica, mentre per il voto finale non ci resta che attendere la sfida con i Clippers, sperando in una ripetizione delle prestazioni dell’anno scorso di Harrison Barnes e nell’esperienza di Igoudala.

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Il morale degli Warriors è alto nonostante sua maestà LeBron

Se quel dannato e stupefacente buzzer beater di sua maestà King LeBron non fosse entrato saremmo qui a onorare e festeggiare una delle vittorie più belle della stagione.

Miami-Heat-LeBron-James-Chris-Bosh. BayAreaSportsGuy

BayAreaSportsGuy

E invece siamo ancora qui ad aggiungere un’altra L e si va alla pausa All Star con il record di 31-22, più o meno in linea con quello dello scorso anno che era 30-22. Ma mentre un anno fa si era la sorpresa positiva della Western, Continue reading

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Il valore di Golden State (in $)

Anche quest’anno la rivista Forbes ha pubblicato la classifica delle squadre nba in base al loro valore economico. In questa particolare graduatoria Golden State si trova al nono posto in mezzo alle due texane Dallas e San Antonio e in calo di una posizione rispetto alla valutazione del 2012, mentre ai primi due posti si trovano sempre, a posizioni invertite però, New York Knicks e Los Angeles Lakers, fuori classifica per le potenzialità del mercato locale. Nonostante questo il valore degli Warriors è aumentato del 35% rispetto allo scorso anno, percentuale che la pone al terzo posto come incremento su base annuale, segnale che indica una crescita di interesse per la squadra della baia così come le 17 apparizioni in diretta televisiva nazionale su espn e tnt (record di franchigia). La proprietà è convinta del valore della squadra ed è per questo che, nonostante i tutto esaurito in continuazione e il record di abbonamenti annuali, ha deciso di tornare alle origini e trasferirsi a San Francisco dal 2017, quando dovrebbe essere pronta la nuova arena da un milardo di dollari: la Oracle Arena, ma soprattutto Oakland, sembrano essere diventati un po’ stretti. D’altronde, come ha insegnato David Stern, basketball is business, e a San Francisco il mercato potrebbe essere ancora più ricco. Il potenziale c’è, la squadra in questo momento un po’ meno. Aspettiamo lo stop dell’all star game per riprendersi e tirare la volata finale. Il sesto posto dello scorso anno sarebbe una mezza delusione.

let’s go Warriors


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